Categoria: poesia

Il sole indugiava sul querceto

… dopo accese il fuoco.

Andò alla finestra
ne scostò l’organza:
il sole indugiava sul querceto
dei pensieri
sul bordo ombroso che affiancava i tigli
così presi dai tronchi.

Un cinguettio le solleticò le orecchie
lieve il sorriso apparso come un’ala.
Si spandeva d’intorno
l’aroma della bruna bevanda
a rincuorare il giorno
di novella età.

Tornò in stanza
e sul letto …

vide un’ombra sola.

Si piega il capo delle rose

Luce e sangue
la voce del vulcano
macchia la notte.

Si piega il capo delle rose
disgiunte
in sintonia
di sfasato punto.

E non è il freddo dell’inverno
a farle rosso cupo
o il caldo smagliante dell’estate.
Stanca di veggenza
la bellezza abdica prima del tempo

<mani le han colte>

se mai ci fosse il Tempo
a tassare l’esistenza
oltre Noi Stessi
che l’abbiamo dentro.

Ieri e sempre

Erano ricci
un sasso puntuto per aprirli …
… e le castagne
si facevano bianche
per Te.

Sorreggeva mondi il muro a secco
strisce d’acqua dolce d’intorno.
Valeva il pendio il fiato corto,
divenirne sinuoso,
silente muschio
a svelare i segreti del bosco,
l’argine pieno e focoso.

Desiderio splendido
senza fine e fame
nell’Era che scioglieva i capelli
dietro un sipario voluttuoso.

Ci vuole poco a morire e tanto per vivere
…
ieri e sempre.

Con lo sguardo perso

Restò

con lo sguardo perso
nella testa,
il buio rotto dalla brace ancora accesa.
L’umido dei baci la coglieva.

Albeggiavano
tremule anse celesti,
cunicoli incandescenti
sulle labbra non spente.

<>

Fermare
quel sapore seducente
i lobi caldi
i brividi affiatati
il soffio impellente
su ogni tratta di pelle.

Caduca veste lì sempre
… nuda la voglia …
il Suo farmi godere.

Solitudine

< Sì >
essere ciò che si è.

Quadro reale
tangibile
inconfutabile …
… i giorni
che si perdono e accumulano.

Ognuno alla sua porta.

E farne Solitudine
carezzarne le fusa..

Passi e Volti

È come esigenza d’astinenza
la voglia d’accendere
appena l’alba chiama.

Improvvisa sete
l’estate a liquefarsi
sull’asfalto ammantato da un miraggio occidentale,
tormenta di fame
all’addiaccio algido che non dà tregua,
ricerca suprema d’una tana
disgelando l’Essere
almeno in un atto di speranza
liberato da paure e tristezze
foss’ anche per un attimo.
Farne fiori di campo
carezze sciate sul bianco
carrucola nel pozzo di se stessi.

E scrivere di Noi
ridisegnando passi e volti
…
per non dimenticarci.

In un’unica sciarpa

All’imbocco del viottolo
c’era la sera,
lo zingaro pellegrinare
delle zagare,
e qualche moneta.

Poteva essere campagna
oppure mare,
ma il cielo era rotta certa
così pieno di lampioni astrali
e la vestale tonda e serena

… voglio vederti i pensieri
forse immaginarli …

stava l’attimo prima di parlare
quando da una qualche parte
avvenne lo strombettio d’una macchina
e la luce d’un semaforo
a essere lanterna.

Così tornai alle scarpe, e ai passi
antichi e confortanti
che non rinunciavano alle gambe
né alle loro braccia da una bocca all’altra

fasciandoci in un’unica sciarpa.

Con l’Eros alle persiane

In diagonale
si notava appena.
L’attenzione andava
alla strada,
detriti d’alabastro
la splendevano bianca:

-Fosse l’illuminazione che salva da qualsiasi cosa possa salvare!

La percorse visionandola nel giorno di un sogno
a criniera ampia.
Striature zampillavano l’aria,
nuvole guarnivano di panna
il tetto d’una casa,
nel silenzio di un pathos claustrale
che profondi emisferi univa.

Gambe lente e vellutate
macinavano
appaiando blasoni da fiaba.
E mura antiche non guardavo
raccontare
…
perché Tu lo facevi
coi tuoi occhi luccicanti
a timide finestre
con l’Eros alle persiane.

La Sorte

Nel folto

luccicava qualcosa
un’ iride
un’idea
l’epifania di un volto in viaggio fra la nebbia.
L’umidità valeva
come crema famosa
da stendere su quel volto percepito
forse intuito.
Una rupia, un marengo
non so quanto oggi.

File di pioppi e fossi
bianco sporco i tronchi dei giorni
e sul quadro luminoso
che ho acceso in fronte.

Sbaffa il marrone
scacchiere di campi
dove forse gioca Dio
con gli uomini

la Sorte

Pettirosso

Bianca è la neve che incanta
l’inverno.
Diciamolo
anche perché così si racconta
da sempre.

Lei esce dal tempo e lo ferma,
dal cielo cade che pare contenta.
A volte succede che il vento la scosti e la sbalzi
ma poi le sue piume rinvengono
e danzano
mute nell’aria una danza
perfette farfalle
perfetti diamanti
che scendono
ovunque si posi una trama.

E vive l’essenza
la voglia di sogno
il respiro che esce dal corpo
e si scioglie.

Grande contrasto ha la fame del pettirosso.

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