Un chicco di luce
Sulle labbra
Sapido
Scende
S’asciuga
Nelle piccole pieghe
Nervature si tendono
Nocche
Nella notte
Al sicuro dagli occhi
Sulle labbra
Sapido
Scende
S’asciuga
Nelle piccole pieghe
Nervature si tendono
Nocche
Nella notte
Al sicuro dagli occhi
Tacita trema
caduca Goccia _
serica
su letto di foglia,
dentro
ha anche il tuo mondo,
scrigno viola…
non parla e mai svela
vera Goccia
ma più forte si sente
indissolubilmente sola.
Lei
che evapora e vola
lanceolata e capovolta.
°
Foto Due
© ore 10,28
M’intriga la lingua
che stende su distanze
fili sottili, corpi fantasma
E scorre Sorgente e se ne va al mare
sotto dita che non sanno
quanto ebano e avorio siano legati _
come zampilli cristalli
la Tua acqua nel Mio sangue.
© ore 7,59
i tuoi mattoni di fango _
sinuosi s’attorcigliano
attorno a un cuore antico,
il silenzio che ti compone
e dà onore al merito
solitario
Arte
appena mi pensi,
nella valle del passo
sublime
a esserti
incellofanato
Lontano da quel ponte magico
all’appena di un bacio
Testimone del mio guardarti
_ da qui _
© 16 settembre ore 7,10
Ed eccola la mia Terra stretta
che s’allunga all’orizzonte _
Aquila planata nel suo porto,
arco placido a pelo d’acqua
che mai lascia navi e autunnali
ricordi.
<>
All’altro lato, l’altra Me
all’alba delle nascite _
filo che fila al tombolo dell’ombra
partenze volte al ritorno,
segnalibro e casa dell’Estate
intonsa.
Lì, intatta polvere
e intatte cose dove la vita resta
col fiato a ragnatela _ su armadi e porte,
nei giornali delle mode andate,
nei volti accumulati e spiegazzati,
nelle tazze in attesa di un caffè …
… nuovo, fumante il vecchio andante
sulla frontale Etna.
Impronte e orme di sapori e odori
che non se ne vanno
nemmeno con tutta l’acqua della Terra
e da dentro la mia voce vivono e parlano
col capo chino poggiato alle mie spalle
e all’ultimo lampione della fatale sera.
Pure se misterioso fiato non demorde
e freddo e acceso si morde
su quella giugulare che troppo ti ascoltò
senza nemmeno un fiore.
© 11 settembre ore 8,12
Passano passi, consumano suole _
veglia stanchezza giro delle ore
s’alza e s’abbassa sole all’orizzonte
quel buio che illumina ricordi
ed è nudo il Re dei gesti poveri:
piccola boccia d’aromatica vaniglia,
rugginoso filo con la luna in groppa
già prima di indossare un collo,
e vaghe stazioni dell’Orsa
che ancora brulicano interdizione
in chi senza saperlo si riempiva
il petto di farfalle morte
Sì, nudo è il Re dei gesti poveri
e ora libra liquida saliva dai pori
Sempre duole quando finisce un’Epoca,
pure se da mille leghe estraneo è l’affaccio.
Bonari si diviene sfumando spergiurate parole,
seppellendo platee di colpe, palate di liquori
Ma ognuno ha i suoi otri, fragili o forti,
specie la Me che fu banco di un soccorso
senza essere mai soccorsa
E vorrei fosse solo gesso di lavagna
quel lasso di solinghe ginocchia
affinché possa cancellarlo _
perché così io non mi perdono … né riesco a perdonarti.
<>
Salento – René Aubry
© ore 8,20
Tasta con la punta dell’alluce
e il respiro centella_
appena sbroglialo
in fili di capelli,
passa fluttuando ragnatele
Non scalfire la polvere dai secoli_
che il tuo corpo esca e dia adito al tornare
come il tuo sempre ti insegnò a sperare
Lì ci sono cose ch’ebbero voce
ed ora tacciono,
nell’aria di un oceano lillipuziano
le affondò un iceberg:
forse ti ricordano tra onde e vento
forse ti aspettavano.
© ore 9,12
Quali verità avrò dal tuo spaccato
se lo sguardo s’alza su un cielo di crepe?
Ne cerchi una e le sommi ad altre
Tutte bocche che ingoiano impronte
amate, disperate parole non dette
e non ascoltate;
falsi righi di luci intermittenti
tra grate di calce e ragnatele
Ma questo derma che s’arma
di scudo fragile,
bucato scudiero
mosso da pallottole e acqua,
marcire non vuole tacendo:
deve scriverlo il gesto,
parlarlo quel segno che cade
e ricade
sul tormento delle sacre vetrate
Fosse pioggia tempestata dal vento
o fisarmonica delle sere d’inverno accese sul costato …
quella tazza stellata che ancora sorregge
una bambina in estasi
v i v e
nella morte apparente degli alberi dormienti
che pagano assoli mendicanti.
© Novembre 2025
No, nulla finisce
Ci si torna se lasci qualcosa:
un dipinto, uno scritto, una canzone
e ieri è ora
con lo stesso sapore
Basta quel dito che tocca
il caso, l’intenzione
a sfogliare petali e discorsi,
immagini e colori_
nell’archivio del mio mondo
le tante piccole case che hanno nome
Do aria alla polvere
a fiammifero spento senza smuovere fori:
e Tu sei lì
e vivo e fiammante
ti conto
in ogni segno, in ogni parola e suono.
© ore 6,51
Consunta da secoli di passi
è questa pietra che m’impianta i piedi
sempre più nudi, sempre più stanchi
Tace la voce della tua voce
ma non mi dolgo
non avendola né volendola,
anche se la sento
in me madida di trepidanza
Il tempo è tempo
passa e non esiste,
ieri resta ieri e caso a sé
giustezza andata
ad ampie mani,
piaghe dentro pieghe
i doni tuoi non più
s t i r a b i l i
Noi ormai cortecce
d’alberi maestri declassati, ognuno
cinto nella sua cinta blindata:
chiglia e metafora
dove terreo è il dire al fare
Eppure
è così dolce barricarsi tra cataste accumulate
ed eccitante trattenere le acque …
… ché se dovessimo esondare
il Nostro fiume allagherebbe il mare.
© ore 7,51