Autore: Maria Pia

Fra spiragli di momenti

Nuvola il fiato
oltre comignoli e tetti,
sperso fra i gabbiani
sparsi nell’indifferenza del cielo.

<Aggomitolo rimembranze>

Le dono una ad una
alla luna che stanca di vegliare
lenta si smaglia sparendo.
Il sole non scorgo
ma so che c’é
da qualche parte s’alza e sbadiglia.
Anche se la strada serpeggia desertica
e solo un cane porta a spasso
una formica a due gambe
il mio ponte ha sempre il suo posteggio sull’acqua.

Come Tu ci sei
e mai fosti così vicino.
Hai battagliato lame e tempi
per avermi
e seppure fra spiragli di momenti
…
con la Tua voce a medicarmi
cuore e pensiero.

Bohémien

Quella morbida borsa somigliante a un paltò.
Sensazione che vola su velluto bordeaux
punti fini , ricami precisi
che dentro hanno l’anima in legno.

Era moda d’allora, favola nuova
tramante ai bistrot.

Le dita fumavano risa
il caffè caldo alle bocche
gli sguardi ammiccanti in segreta visione
…
si declamava il Copione.
Con voce impostata al diaphragme
la E chiusa s’apriva.

In cerchio la giovane vita
respirava un passo lunghissimo.
Aveva tendoni di palchi, la piena dei sogni
platee che battevano mani.

Il cielo faceva altrettanto, o così si credeva
nelle piccole ore di magiche sere
rampanti.

Ricordi d’antiche osterie

Imbraccio il silenzio per sparare ai pensieri.

Una sull’altro dame passano
qualunque direzione è indifferente
recitano il ruolo del salto.
Che vadano lì sul tavolo a ingannare il tempo
tanto i passi nella stanza sono saturi.

E loro non li ho uccisi perché non posso ucciderli!

Feriti si rialzano
guardandosi spalle e viscere
ricordi d’antiche osterie
e qualche speranza rimasta nelle tasche raggrinzite
a provare che sono esistita.

La colpa della fame

Disperato
abbaio echeggiò quella mattina
non avevano forza le braccia appena alzate
temevano l’avanzata del giorno
e la battaglia delle solite cose.

Lo immaginava:
uno dei tanti cani abbandonati
nelle contrade salate dalle miserie umane.
Solo
che s’aggirava
con addosso la colpa della fame
su di lui versata
da chi ama odiare se stesso negli altri.

Andavano le ore sorgenti
in quell’alba chiara uguali
con le uguali onde di sempre
da monotonia accese e dalla noia
dentro una madia.

Si passò allo specchio la valenza del volto
l’invadenza dei solchi
così solleciti sulla buccia pallida
domandandosi se veramente il pensiero contasse
più della veste indossata in questa terra carnale.

Le rispose un mugolio al di là della finestra …
che le sue ossa passeggiava in strada.

Liquida pelle che ancora gli scorra

Tace il Solco
in mezzo alla montagna,
ha tanto corso un tempo
nel pieno dell’acqua viva e sgusciante.
La luce del cielo in lui si specchiava,
era assieme di un canto
fra rami penduli e fragili.

Piccole carcasse ora le sue pietre
hanno un silenzio diverso,
agghiacciante.
Ossa paiono,
un bianco lì sparso
che anche l’ombra dimentica
nell’indifferenza dei giorni.

Tutto è compiuto
il suo muto dire
per le orecchie che guardano
l’ardente sete bagnata dal secco.
E glabro scavo di quel che era regno
forse implora la pioggia
un ciuffo di brividi e ulivi …

liquida pelle che ancora gli scorra.

Uomo di pioggia

Uomo di pioggia il Tuo sguardo
seduto accanto al mio pianto.
Poesie … parole … e dolcezza.
Sì, anche tanta dolcezza nei fogli sparsi
che tornano come rombo di motore
per andarsene.

<Mi leggi, ti leggo, parliamo>

Vibra la Voce
dal volto alle spalle
così gracili e forti,
schiava dei sentimenti
si posa nel ricordo della Tua pelle
respirandoti brividi e odore.
Erotica acqua mi scivola addosso
ancora calda di Te
fra nuvole che si rincorrono
a occhi rapiti.

<Ma non basta un sorriso appeso alla bocca
a nascondere tutto il sale che ingoio>

Noi siamo la scelta fatta,
gocce di memoria sparse su quel ponte e su quei passi,
desiderio che non avrà raccolto.
E più s’allontana la scialuppa dei baci
più dico del mio Bisogno di Te
e di quanto vorrei affidarlo alle ali.

Divincolarlo da ciò che non potremo …
… per abbandonarCi.

Dell’Uva che non passa

Buttarsi il cappotto sulle spalle e andare
investiti dal vento
con occhi di rondine
a caccia di pensieri nuovi
finché non cade il primo raggio di sole
sulle dita della notte.

Mutare ancore e delfini
in cumuli di fieno procaci
a capofitto audaci
denudando gli zigomi
nel segreto del fuoco e della legna.

Arrotolarci
moltiplicando le braccia
e dopo
<solo dopo>
scrivere
di Te
di Noi
…
e dell’Uva che non passa.

Ai confini del Regno

Malinconico guado il tuo pensare.
Armonia silente
di solinga gente appena sparsa.
Pallidi i lampioni dietro le vetrine
stanno per dire basta.
Una strada casta assorbe nuda aria.

Brillano colori ma non sono allegri
oltre il segno vanno tra corpo e anima.
Geometriche visioni e luci fredde
tagliano
il reale accampamento del mistero
della noia anche
l’artificio della scena
l’inquietudine che acchiappa
in questo essere o non essere
desertico
ai confini del Regno.

Una donna siede a letto
volta alla finestra evade sui tetti.
Ha cappellino giallo un’altra
la sua tazza carezza
luci in punto fuga sul suo tavolo
d’ombre.

<Hopper>

tu eri … e sei
non ciò che l’occhio guarda
ma quel che il cuore sente pur con appesa ragione
…
e ogni Tela tua ne è testimone.

Sull’Isola strana

… e io ti bevevo.

Le brame del cuore sull’Isola strana
fra conifere accese
fiera d’essere femmina
solo per Te.
Mi zampillava la fame di averti
tra quel fuoco plaudente argini lavici.
Meraviglia lo sboccio al gusto dei lampi
i polsi slegati
le radici sicure e i rami abbracciati.

Non l’astratto cercava
ma il desiderio tangibile
carnea conchiglia.
Navigare in orge di acque
la sua coppa d’inebrio,
liquoroso e duttile il tatto,
l’impasto di fine frumento
a nutrire e plasmare la Terra.

E savio fu quel nostro dormirCi
a palpebre spente
schiuse su macchie di luce
quando l’alba era ancora promessa
e il buio una calda coperta che avvolgeva
in un sogno vincente

a svegliarci più vivi e più veri

ciliegie le labbra … bagnate di baci.

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