Autore: Maria Pia

Stadera

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Di feritoie si vive
di feritoie si muore

farne sacchetto a quattro punte
e nodi –

pieno quanto basta ad una spalla
attaccarlo a un legno e andare …

verso il Dove nuovo

Con la stadera a bordo
cercare
– evase luci stanche –

d a n d o

ai pensieri scampo
così a caso e come

più importanza al naso che allo sguardo

© ore 7,00

Irrorata

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Liscio
l’affondo

animo e lenzuola
solleva questo primo coprirmi

Speranza di sonno
che va a scoprirmi
là dove carezza il borgo
per nido divenire
fra accese finestrelle

l’unica Io – presente –
alla Tua parete

a fianco di dolci parole
irrorata dall’Amore

senza aver fiato d’orma

© ore 9,09

Geometrie

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Su un angolo retto mi siedo e aspetto
di calcolarmelo perfetto,
ma improvvisamente lui
scende e si fa scaleno, ottuso
tanto che sto per scivolare

Titubo allora sulle uguaglianze, sulle radici avulse dai boschi,
su puntini vari, sulle posizioni delle croci
e naturalmente su quel trattino orizzontale
che ostinatamente continua a togliere

D’angoli e triangoli
mi confondo
nella geometria delle pretese
nelle apparenti differenze fra la notte e il giorno

© ore 9,19

Apnea

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Un grido di luce ha svegliato il mattino – strano
forse rimasto da un sogno

Vola lo sguardo
assieme a qualche gabbiano

il cielo è troppo grigio – indeciso
ancora

e non c’è ombra che illumini ad alcuno
come vivere i voleri del vento

© ore 8,10

Moto tondo

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Allietarsi


quando gli occhi chiude il giorno
alla faticosa via

non stupirsi
dell’alba che ritorna
a impervia nuova salita –
con normalità implicita e convinta
che l’oltre non s’avvicina

e appena soffia
il freddo soffio della sorte
pentirsi di tutto ciò –
per qualche ricciolo solo
rimpiangere anche la noia

dimentichi e completi
subito e ancora – sempre più vecchi –


dal momento appena dopo

allietarsi


alla faticosa via

… quando gli occhi chiude il giorno …

© ore 10,09

Bianchi arcobaleni

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Gaiezza mi giunge carezzata seta –
ampia si danza nel porto sospeso
di un fresco venticello

Osservo – con occhio sonnolento osservo –
a pelo d’aria
la schiena dell’estate
a n d a r e
dietro portarsi
bella di notte e brunita ortensia.
La guardia cambia
all’autunno che entra –
sboccia ciclamini e rose fredde
pagine ancora da indossare
giardino nella manica

E tra oro e argento profuma mirra
guizzo d’ambra dal mio bicchiere rimbalza
splende quel poco che tutto basta
– un sorso e poi un altro –
quel gusto di brindare al sole e al vento
a qualsiasi cosa
si accorga quanto io sia viva

a Me
consapevole Me stessa

reduce dal Tempo del respiro saldo
quando verso ghiacciai m’arrampicavo
riuscendo perfino a toccarli

Si estendevano allora bianchi arcobaleni

ed era l’alba

© ore 8,09

Palchi

Respira delicato
piano uscendo dalla sua compagna
l’autunno che pare fragile –
tra percallini rami
rinnova melodie di fianchi andati

Labiali strati cinguettano
vaganti furtivi rami
gole vive ai nidi
esclamati imperterriti
sulle corse dei rivi audaci

E spiuma clorofilla da corpi lignei
il sonno e la lentezza – i colori ardui e tenui
staccandosi nell’aria girandolando stelle –
in odore di spore e castagne
come fuochi di vecchi paesi …

… e rossa ambrata esangue
è la promessa muta dei ceppi –
l’antropomorfica visione di voler ardere
nuovi amplessi su nuovi cuscini

quando i palchi cadranno ai cervi

© ore 7,59

Intrecciando lontananze

Valse un applauso
d’acqua
l’ombrello rubato da chissà chi
all’Osteria della luna persa

Bene ricordo:

le vetrate dei negozi
cantavano indumenti retrò –
saltellavano schizzi matti
ai miei piedi danzanti qua e là

Ma cosa m’importava della mia gonna
ampia e troppo bianca?

Era una tavolozza colorata a catturarmi
ed ero io dentro il mio quadro
a dipingere gioia che non ha prezzo

Tutto ciò ammirava un lampione solitario
illuminandomi

D’un tratto gli fiorirono le braccia –
e un sorriso si librò in quell’aria d’acqua:
il suo e il mio assieme

Così si accostarono pensieri … intrecciando lontananze

© ore 7,00

Fiati di forme

Accavallare le parole
sedendo su muretto acceso
un abitino nero
(come accadde al mio Pensiero fra le cosce)

Galopparle
nella sartoria inesistente

farne strano filato
fiati di forme
accoppiando latte e vino assieme

e

pungerle
tagliarle
cucirle –


carezzate
schiaffeggiate
lembo a lembo
scroscio a scroscio –

farle indossare a un foglio

Ieri

Svegliarsi

anche da addormentati
non parendo strano
ma perfettamente normale
essere senza rami impressi sulla pelle
(che se tra pollice e indice la premi
lei velocemente torna sull’attenti).

E trovare nelle tasche
ancora tante vie da spendere

e che non più gli specchi teme
il tuo Volto tornato a Ieri

°
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