Categoria: poesia

Il Breve Canto dell’Alicanto

Macinavano ruote i carri
dis.armati,
la meridiana campava il giorno
guerra e pace
pace e guerra.
Così come oggi l’auto
macinò pelle d’asfalto
con protrusione chilometrica.

A doppia rampa su scala ambulante
una rivoltella s’esalta:
Aureo e Argenteo è il breve canto dell’Alicanto
quando dice della sua buona azione
ai minatori.
Sogno, mito, abbaglio
che spara
santagrazia a profusione
sul lobo giusto
piovendo col sole.

E muore appena sorge
“il Tempio del Dopo”
che al guinzaglio si porta il Prima
senza averLo un Dopo.

Monade

Stanotte
ti ho abbracciato tanto.

Da un fianco
le mie gambe fra le Tue
un cuscino di cuore
sotto la mia guancia
diceva dell’Amore.

Quanto lontano eri e quanto vicino poi
nella stanza fredda d’umidore
chiusa fra spessi muri
con l’inverno fuori che ti entrava dentro

<prima che avvenissi>

E madreperlaceo incanto
fluì
col suo intenso tepore
da entrambi i lati di Noi
sotto lenzuola dall’odor di viola
lisce come dolci carezze
lisce come lacrime di gioia

i Rivi raccogliendo in una Monade.

L’altra guancia d’oriente

Come lava d’aprile
fredda pioggia
chiama
i volti sconvolti dall’Ultima Notte.

Sono i più
sono i tanti dell’anno.

Si sveglia prima l’aurora
fumosa
lagunare
dubbiosa
spalmando bisbigli
sull’acqua puntellata eppure quieta
al vogare lento delle pale
fra crespi di luce e pieghe.

Tu
immaginala ancora fulgente
mentre le cogli l’altra guancia d’oriente.

Appena ingrassa l’onda

Abbandonica ferita
emerge
appena ingrassa l’onda

vira agli scogli
e si sconquassa in stelle rosse

vive di frange morte
che pure hanno il dono del dolore.

Il sole indugiava sul querceto

… dopo accese il fuoco.

Andò alla finestra
ne scostò l’organza:
il sole indugiava sul querceto
dei pensieri
sul bordo ombroso che affiancava i tigli
così presi dai tronchi.

Un cinguettio le solleticò le orecchie
lieve il sorriso apparso come un’ala.
Si spandeva d’intorno
l’aroma della bruna bevanda
a rincuorare il giorno
di novella età.

Tornò in stanza
e sul letto …

vide un’ombra sola.

Si piega il capo delle rose

Luce e sangue
la voce del vulcano
macchia la notte.

Si piega il capo delle rose
disgiunte
in sintonia
di sfasato punto.

E non è il freddo dell’inverno
a farle rosso cupo
o il caldo smagliante dell’estate.
Stanca di veggenza
la bellezza abdica prima del tempo

<mani le han colte>

se mai ci fosse il Tempo
a tassare l’esistenza
oltre Noi Stessi
che l’abbiamo dentro.

Ieri e sempre

Erano ricci
un sasso puntuto per aprirli …
… e le castagne
si facevano bianche
per Te.

Sorreggeva mondi il muro a secco
strisce d’acqua dolce d’intorno.
Valeva il pendio il fiato corto,
divenirne sinuoso,
silente muschio
a svelare i segreti del bosco,
l’argine pieno e focoso.

Desiderio splendido
senza fine e fame
nell’Era che scioglieva i capelli
dietro un sipario voluttuoso.

Ci vuole poco a morire e tanto per vivere

ieri e sempre.

Con lo sguardo perso

Restò

con lo sguardo perso
nella testa,
il buio rotto dalla brace ancora accesa.
L’umido dei baci la coglieva.

Albeggiavano
tremule anse celesti,
cunicoli incandescenti
sulle labbra non spente.

<>

Fermare
quel sapore seducente
i lobi caldi
i brividi affiatati
il soffio impellente
su ogni tratta di pelle.

Caduca veste lì sempre
… nuda la voglia …
il Suo farmi godere.

Solitudine

< Sì >
essere ciò che si è.

Quadro reale
tangibile
inconfutabile …
… i giorni
che si perdono e accumulano.

Ognuno alla sua porta.

E farne Solitudine
carezzarne le fusa..

Passi e Volti

È come esigenza d’astinenza
la voglia d’accendere
appena l’alba chiama.

Improvvisa sete
l’estate a liquefarsi
sull’asfalto ammantato da un miraggio occidentale,
tormenta di fame
all’addiaccio algido che non dà tregua,
ricerca suprema d’una tana
disgelando l’Essere
almeno in un atto di speranza
liberato da paure e tristezze
foss’ anche per un attimo.
Farne fiori di campo
carezze sciate sul bianco
carrucola nel pozzo di se stessi.

E scrivere di Noi
ridisegnando passi e volti

per non dimenticarci.